L'incredibile storia di Hayao Miyazaki
Una vita in capitoli
Quello che leggete costituisce il testo di una parte del video che ho dedicato alla vita e alla carriera di Miyazaki. Sebbene sia impossibile riassumere in così poco spazio una carriera lunga oltre mezzo secolo, nei prossimi articoli continueremo il racconto, sino a quando non saremo arrivati ai giorni nostri.
PROLOGO
Prima di cominciare, vi voglio raccontare una storia. È una storia abbastanza nota tra addetti ai lavori e appassionati quella che riguarda l'accoglienza ricevuta da Lupin III – Il castello di Cagliostro alla sua prima europea al Festival di Cannes nel 1980: durante la proiezione del film, dopo la celeberrima scena dell'inseguimento iniziale a bordo della 500, un giovane Steven Spielberg si alzò in piedi e si mise ad applaudire in preda all'entusiasmo in mezzo alla platea. Più tardi Spielberg definirà quella scena “una delle sequenze d'azione più belle della storia del cinema”. Gli aneddoti sulla forza magnetica del Castello di Cagliostro non finiscono qui: nel 2014 John Lasseter, al tempo papà della Pixar e regista, tra gli altri, dei primi due Toy Story, tiene un discorso durante la cerimonia di premiazione degli Oscar alla carriera. Durante il discorso, Lasseter racconta un fatto personale legato al periodo dell'uscita del film. Lasseter racconta che nel 1979, quando era solo un giovane animatore alla Disney, vide Il castello di Cagliostro per la prima volta. Proprio in quei giorni conobbe una ragazza, e il giorno dopo il loro primo incontro non riuscì a trattenere l'entusiasmo e le mostrò alcune scene del film, ammorbandola col suo amore viscerale per quell'opera. Al punto tale che alla fine i due si sposarono. Ora, sappiamo tutti chi è il regista de Il castello di Cagliostro: Hayao Miyazaki. Eppure c'è qualcosa che non quadra in questo racconto. All'epoca della sua uscita in Giappone, il film fu un mezzo fiasco e le sale rimasero sguarnite, anche per colpa di una passione crescente, in Giappone, per il genere fantascientifico, con opere come i film tratti dalla serie animata La corazzata Yamato, ma anche a causa di film che provenivano dall'estero e che proprio in quegli anni stavano conquistando chiunque, tra cui Star Wars e Incontri ravvicinati del terzo tipo, dello stesso Steven Spielberg.

L'uscita del film fu per Miyazaki lo snodo fondamentale della sua carriera: dopo il flop iniziale (almeno in patria) nessun produttore voleva più affidargli grossi progetti, e se a questo si aggiunge la delicata situazione personale e familiare di Hayao, che dopo il suo esordio alla regia aveva ancora molti dubbi su chi essere e chi diventare, ecco che possiamo capire come quella fase abbia rappresentato per lui il punto più difficile della propria vita e della propria carriera. E allora come siamo giunti alla premiazione non del primo ma bensì del secondo premio Oscar – premio che segue una sfilza interminabile di riconoscimenti conquistati nel corso degli anni? Per capire come sia riuscito Miyazaki a risollevarsi e a dare forma alla propria vita, a seguire il vento caldo dell'animazione e vivere davvero, oggi racconteremo la sua storia.
Lo faremo in un modo un po' particolare: spesso quando si racconta la storia di Hayao Miyazaki ci si concentra molto su quello che è stato il suo percorso di regista cinematografico, strada che l'ha portato a creare capolavori immortali del cinema che tutti conoscono e apprezzano; ciò che spesso dimentichiamo è che Miyazaki ha avuto una lunghissima carriera, e che è giunto alla ribalta solo dopo aver dedicato anima e corpo, sangue e sudore all'unica cosa che per lui contasse davvero, raccontare storie. E farlo tramite i mezzi dell'animazione. Quanti di noi hanno scoperto il nome del regista di film incredibili come La città incantata, Il mio vicino Totoro, Il castello errante di Howl solo da una decina o da una quindicina di anni? Qualcuno di noi potrebbe dire di conoscere il maestro Miyazaki da vent'anni, alcuni addirittura da trent'anni. Ma anche questo lasso di tempo ci porterebbe a malapena ai primi anni '90, quando Miyazaki aveva alle spalle una carriera lunga già più di un quarto di secolo. I capolavori diretti da Miyazaki negli ultimi decenni sono solo il coronamento di una carriera lunghissima e di una mente instancabile, di una passione bruciante e sterminata per l'animazione come ragione di vita. Non è un caso se Miyazaki dichiarerà più volte, nel corso di alcune interviste, di non ritenersi per davvero un regista, ma piuttosto un animatore. Ma meglio non andare oltre, ne riparleremo più tardi.

Cercheremo di raccontare la nostra storia non focalizzandoci in particolare sul pensiero di Miyazaki, che tratteremo comunque in un altro contesto; come sappiamo, infatti, Miyazaki è considerato un regista che ha riempito le proprie opere di temi a lui cari come l'ambientalismo, l'ecologismo, il pacifismo, l'amore per il volo. Ma per sua stessa ammissione, Miyazaki reputa riduttivo riportare il valore dei suoi film al loro semplice messaggio, o perlomeno questo non è l'unico aspetto da considerare; tramite i personaggi, le loro scelte, le difficoltà affrontate e i mondi da lui inventati, Miyazaki ha come massima ambizione quella di raccontare qualcosa che valga la pena di essere detto, qualcosa di cui andare fiero e che possa intrattenerci e farci sognare.
In questo caso racconteremo la sua storia utilizzando come filo conduttore le sue parole, parole rilasciate nelle interviste a cui si è concesso nel corso di una carriera lunga oltre 50 anni. Attraverso il racconto cercheremo di capire chi è Miyazaki e come egli stesso abbia percepito il proprio mestiere, quello di animatore prima, di regista poi, e come questo mestiere e la percezione che egli abbia di esso siano mutati nel corso del tempo.
CAPITOLO 1 - I PRIMI ANNI
Hayao Miyazaki nasce a Tokyo nel gennaio 1941. La data può già dirci qualcosa: è l'anno dell'entrata in guerra del Giappone, che nel dicembre di quello stesso anno attaccherà a sorpresa gli Stati Uniti a Pearl Harbor, nel cosiddetto “giorno dell'infamia”. L'attacco avvenne per mezzo di sommergibili e tramite forze aeree, che impiegavano tra gli altri il famoso Mitsubishi A6M, detto anche modello Zero. Ora, si tratta soltanto di una coincidenza, ma è curioso notare come Miyazaki, che svilupperà in seguito una grandissima passione per il volo, nasca proprio nell'anno in cui il Giappone scaglia un attacco a sorpresa utilizzando anche uno dei modelli ai quali Hayao dichiarerà più volte il proprio amore (lo Zero appunto). Ancora più curioso se si pensa all'attività di cui si occupa la famiglia di Hayao. Il papà Katsuji è infatti a capo della Miyazaki Airplane Corporation, una azienda che si occupa della produzione di parti aeree, tra cui il timone dello stesso Zero. Cresciuto in mezzo ai rombi dei motori dello Zero e di molti altri modelli di aerei, si può capire il fascino che il piccolo Hayao prova per queste macchine così maestose ai suoi occhi. Eppure non riesce a comprendere perché quelle macchine debbano essere utilizzate per scopi così disumani, e si rende subito conto che sarebbero molto più belle e volerebbero molto meglio, se non dovessero portare con sé il peso di quelle appendici che Hayao ritiene inutili e criminali.

A tutto questo si aggiunge un rapporto con suo padre che, come dichiarerà Hayao soltanto negli anni '90, dopo la scomparsa del suo vecchio, è stato sempre molto complicato, e un'influenza addirittura dannosa per la sua formazione. A proposito di suo padre, infatti, Hayao dimostra di avere un rapporto molto controverso: parte del suo amore per il cinema è da attribuire a lui, che da appassionato di film lo portava nelle sale già da piccolo; allo stesso tempo, però, Hayao non risparmia le accuse più pesanti nei suoi confronti, sino a dire di averlo sempre visto come un “esempio negativo”: dalla lussuria di cui si macchiava ancora dopo i settanta, dopo la morte della madre di Hayao, al disonore quando, in guerra, pur di non combattere, Katsuji dichiarò che non se la sentiva di farlo perché a casa aveva una moglie e un figlio ad attenderlo. Per noi può suonare una cosa quasi normale cercare di salvarsi così la vita, ma in Giappone – specie in periodo di guerra – il disonore era uno dei peccati più gravi di cui macchiarsi. Eppure, Hayao non riuscirà mai a fare completamente pace con se stesso a proposito della sua figura paterna, e dirà di aver ereditato da parte del padre tutte le sue contraddizioni umane. Forse Hayao, che dichiara tutto ciò a proposito del padre quando è già un uomo adulto e con una carriera avviata, è troppo duro con se stesso; o forse l'impossibilità di relazionarsi col padre e la difficoltà di instaurare un rapporto padre-figlio sarà qualcosa che lo accompagnerà per tutta la sua vita e con la quale non riuscirà mai a fare i conti una volta per tutte.

Gli anni successivi sono anni di guerra, segnati dai bombardamenti e dalle evacuazioni, ma la buona posizione della famiglia Miyazaki garantisce una certa stabilità. Al termine del conflitto, Hayao comincia la scuola, ma dimostra di non essere un ragazzo particolarmente dotato fisicamente; preferisce leggere i manga, che proprio negli anni '50 cominceranno la loro esplosione definitiva. Hayao ama leggerne moltissimi, ma si innamora in particolare di alcuni titoli, tra cui le opere di Sanpei Shirato e il manga Sabaku no Mao, “Il diavolo del deserto”, di Tetsuji Fukushima, manga che citerà spesso come una delle sue fonti d'ispirazione maggiori, non solo per le sue opere animate ma anche per la sua produzione manga, come la sua opera d'esordio, Sabaku no tami, “Il popolo del deserto”, manga del 1969 di Miyazaki che si ispirerà nel titolo e nei contenuti proprio all'opera di Fukushima. È proprio negli anni della scuola che Hayao comincia a disegnare e si rende conto di quello che vuole fare nella vita: vuole diventare un mangaka. La sua convinzione è molto forte e rafforzata dalle letture, e soprattutto dall'incontro con il “dio dei manga”, Osamu Tezuka. La presenza di Tezuka sarà però per Miyazaki per sua stessa dichiarazione in un certo senso ingombrante: se da una parte Hayao dichiara che durante le scuole elementari e medie ama i suoi manga più di qualsiasi altra cosa, e di trovare Astro Boy in particolare così affascinante da far paura, Miyazaki ha sempre cercato di non mettere Tezuka su un piedistallo, né di chiamarlo “dio” o considerarlo tale a differenza degli altri; al contrario, ha sempre puntato a confrontarsi con lui, sino a dichiarare di essersi reso conto a 18 anni che avrebbe dovuto “liberarsi” della sua influenza, e di creare uno stile di disegno tutto suo. Liberarsi di un'influenza così pesante non è però semplice, e i primi passi mossi da Miyazaki nel mondo del disegno lo frustrano, specie quando si rende conto che i suoi disegni assomigliano ancora troppo a quelli di Tezuka – cosa che gli viene fatta peraltro spesso notare, e che lo spinge a buttare via tutti i suoi disegni e a bruciarli. Ci vorrà ancora un po' prima che Hayao capisca come liberarsi di questa influenza così ingombrante.

A contribuire al distaccamento non solo tecnico, ma anche contenutistico da Tezuka contribuisce il contatto di Hayao con i primi lavori animati del grande mangaka, come Ningyo e Shizuku, che Miyazaki trova impregnate di un pessimismo troppo debole e insensato. Più in generale, Miyazaki trova che le capacità di Tezuka in sostanza si fermino alla produzione di manga, e laddove si sia cimentato negli anime, egli abbia spesso fallito e anzi, abbia fatto comprendere di riflesso a Miyazaki quali fossero le sue possibilità. Tutto ciò si riassume benissimo in una delle frasi più simboliche pronunciate da Miyazaki, e che spiega benissimo il valore del suo lavoro e il modo in cui ha sempre cercato di attuarlo: “Guardare della buona animazione, e poi fare qualcosa che la sorpassi”1. Per Miyazaki l'apporto di Tezuka al mondo degli anime sarà anche molto controverso a causa di un precedente che viene a crearsi proprio con la produzione di Astro Boy: quando l'opera, prodotta dalla Mushi Productions, esce in televisione nel 1963, il costo di ogni singolo episodio è fissato a un budget bassissimo, appena 500mila yen, un target che le case di produzione cercheranno di conservare da quel momento in avanti, mantenendo molto contenute le spese.
In generale comunque Miyazaki si dice debitore di Tezuka, che definisce rispettosamente come il suo “predecessore”, e non un rivale né un maestro; al tempo stesso, secondo Miyazaki il grande errore di Tezuka, cosa che lo trattiene dal considerarlo il proprio maestro d'animazione, è l'aver voluto emulare la Disney senza utilizzare uno stile proprio, fallendo secondo lui. E allora chi è che Miyazaki considera il proprio maestro nel campo dell'animazione? Lo vedremo.
Per ora torniamo a noi: quando Miyazaki frequenta la scuola e legge Tezuka, non è del tutto convinto dell'animazione: è ancora concentrato sul voler diventare un mangaka. Le cose però cambiano nel 1958, quando Hayao vede per la prima volta Hakujaden, “La leggenda del serpente bianco”, diretto da Taiji Yabushita e prodotto dalla Toei Animation. Al film lavora anche un certo animatore di nome Yasuo Otsuka: teniamo a mente questo nome. Si tratta del primo lungometraggio giapponese d'animazione a colori, oltre che il primo distribuito al di fuori del mercato asiatico, e per Hayao è un fulmine a ciel sereno: dopo averlo visto la prima volta torna a casa e si mette a piangere, è come se fosse in crisi: ha capito ciò che vuole fare nella vita, vuole diventare un animatore. Riguarda il film molte volte, e si innamora letteralmente della protagonista, Bai-Niang, che definisce come una sorta di fidanzata surrogata. Miyazaki non smetterà mai di citare la visione di questo film come uno degli eventi fondamentali della sua carriera, e continuerà a trarre ispirazione dal film per tutta la sua vita. L'amore che prova per Hakujaden è tale da spingerlo a riconsiderare tutte le sue priorità sul ruolo del manga, che viene così scalzato dall'animazione.

A questo punto Hayao sta terminando le scuole superiori, ed è chiamato a scegliere la propria carriera universitaria. E che carriera sceglierà un giovane appassionato di manga, poi mandato quasi in crisi spirituale da un film d'animazione? Scienze politiche ed economia. Ma perché? Perché Miyazaki, così convinto su ciò che vuole fare, pronto a spiccare il volo, a dedicare anima e corpo alla propria passione, sceglie di seguire un percorso così distante? Forse la risposta è che ha ragione lo stesso Miyazaki quando dice di ereditare da suo padre tutta una serie di contraddizioni umane. Ma in realtà è lo stesso Miyazaki a spiegare la sua scelta, e per così dire rivendicarla, almeno per due motivi: da una parte, Hayao dichiara che non gli è mai piaciuto studiare, e che la scelta di una facoltà non pesante gli fornirà 4 anni in cui occuparsi dei suoi progetti: è così che Miyazaki passa il tempo a leggere e guardare film, dividendosi tra studio e il club universitario dedicato alla letteratura per l'infanzia, dove spesso è anche l'unico ad attendere agli incontri; dall'altra c'è una motivazione più radicata e che riguarda il mondo dell'animazione giapponese nel suo insieme. Secondo Miyazaki la maggior parte degli animatori pensa solo a imparare ad animare, per poi svolgere il mestiere senza prima formarsi un vero pensiero critico. In un'intervista, Miyazaki dichiara che ci vogliono solo pochi mesi per imparare tutti i trucchi del mestiere di animatore (Miyazaki impiegò solo tre mesi per imparare ad animare): l'importante, dal suo punto di vista, è sviluppare piuttosto un pensiero autonomo e avere davvero una storia da raccontare. È anche per questo che sceglie di dedicare qualche anno alla propria formazione personale, prima di buttarsi a capofitto nell'animazione.
Gli anni universitari sono fondamentali per la crescita personale di Miyazaki: in questo periodo, cominciano a emergere tutta una serie di dubbi e insicurezze personali che avevano macerato in lui nel tempo, e che solo adesso cominciano a trovare uno sfogo. Da una parte, il confronto con le altre persone genera in lui un senso di colpa molto forte per la situazione agiata nella quale la sua famiglia si trovava durante la guerra – condizione che Miyazaki ha sempre ammesso – e dall'altra il malessere vissuto per la salute cagionevole della madre, a causa di una tubercolosi spinale che la colpì quando Hayao era ancora bambino. Hayao rimarrà profondamente segnato a vita da questa cosa, non solo dal punto di vista professionale, dove “sfogherà” in futuro questo suo malessere utilizzando a modello la madre per molti dei personaggi da lui creati, ma anche da un punto di vista esistenziale: più cresce, più aumenta in lui un senso di malessere, che lo porta addirittura a desiderare di non essere mai nato. Sarà proprio il contatto con i manga, prima, e con l'animazione poi, a “salvarlo” da questa situazione. Durante gli anni in cui stava terminando le superiori, Miyazaki aveva già cominciato a interrogarsi seriamente su se stesso e sul suo futuro, cominciando a chiedersi che cosa dovrà fare, come dovrà vivere. Queste domande fondamentali non lo lasceranno mai, e continuerà a ripeterle e cercarvi una risposta per tutta la sua vita, in tutti i suoi film: si può dire che ogni suo lavoro sia un tentativo di rispondere alla domanda fondamentale su come debba vivere un essere umano. Anzi, a più di 80 anni, è probabile che Miyazaki sta ancora cercando una risposta alla domanda.

Nel 1963 Hayao si è finalmente laureato, e capisce che adesso è davvero il momento di diventare ciò che ha sempre sognato essere. Riesce a farsi assumere da una compagnia di animazione, la stessa che ha prodotto La leggenda del serpente bianco, il film che lo ha sedotto solo qualche anno prima: Hayao Miyazaki entra alla Toei Animation.
Starting Point 1979-1996, pag. 19, Tradotto in inglese dal giapponese da Beth Cary e Frederik L. Schodt, Viz Media, 2009.

